La scorsa volta abbiamo parlato della teoria del tutto e del sistema toroidale, oggi scopriamo un esperimento considerato uno dei più famosi della storia della fisica.

Il tutto nasce dal voler dimostrare una teoria aristotelica, ossia del greco Aristotele che fu uno scienziato e filosofo nato nel 384 a.C. a Stagira, Grecia e morto nel 322 a.C. a Eubea, Grecia.

Aristotele è da sempre stato considerato una delle più grandi menti, il pensatore della storia, innovativo per i suoi tempi, che influenzò il pensiero non solo del suo tempo, ma anche quello di centinaia di anni successivi alla sua morte.

Egli diede un grandissimo contributo su moltissimi temi relativi a campi di conoscenza, tra cui ovviamente anche quello della scienza.

Intorno al 1600 spesso gli scienziati si sono trovati a dover combattere contro gli ormai radicati studi da lui effettuati in quanto considerati alla base della scienza ed inconfutabili.

Fu lui a dichiarare che un corpo, indipendentemente dalla sua forma, più era pesante più cadeva velocemente nell’acqua, che era un mezzo denso, quindi: due oggetti identici per forma avevano caduta differente a seconda del materiale di cui erano composti se questo ne faceva modificare il peso; questo fece si che la sua teoria fosse che la velocità di caduta era proporzionale alla massa ed inversamente proporzionale alla densità del mezzo.

Tra gli innumerevoli suoi pensieri vi fu anche quello sull’etere che considerava: statico, eterno, trasparente, senza alcun peso ed immutabile o poco mutabile (e se si in modo regolare).

Aristotele mettendo in confronto l’etere alla terra considerò quest’ultima l’opposto dell’etere in quanto soggetta a continue mutazioni.

Questo suo pensiero rimase fermo per gli anni a venire e nel 1887 un fisico, Albert Michelon, decise di avvalorare o meno la tesi di Aristotele relativamente all’esistenza o meno dell’etere.

Albert Abraham Michelson, fisico statunitense nato il 19 dicembre 1852 a  Strzelno in Polonia e deceduto il 9 maggio del 1931 a Pasadena in California, Stati Uniti, divenne famoso per i suoi studi e lavori relativi alla velocità della luce e per il suo esperimento riguardante il “vento d’etere”; egli fu il primo americano ad ottenere il Premio Nobel per la scienza.

Bisogna sapere che al suo tempo il pensiero generale era che la luce avesse le stesse caratteristiche del suono e che quindi essa possedesse un carattere ondulatorio: per potersi propagare aveva bisogno di un mezzo che avesse le particelle che entravano in oscillazione producendo il movimento.

In effetti per quel che riguarda il suono sono le molecole dell’aria che vibrano facendoci sentire i suoni, ma essendo che la luce delle stelle e del sole arrivavano senza alcun problema si pensava avessero un mezzo materiale di trasporto: l’etere luminifero che facesse propagare le onde elettromagnetiche anche se non si vedeva.

Michelson decise di fare un esperimento per dimostrare la velocità della luce e l’esistenza o meno dell’etere luminifero, ossia del vento d’etere e lo fece insieme ad Edward Morley chimico e fisico statunitense nato il 29 gennaio 1838 a Newark nel New Jersey, Stati Uniti e deceduto il 24 febbraio del 1923 a West Hartford nel Connecticut, Stati Uniti.

I due scienziati ebbero l’idea del “vento d’etere” in quanto presupponendo che la terra, girando intorno al sole, viaggiasse in questa aria, detta etere, che era immobile, per girare doveva trovarsi in una condizione di vento, quindi l’aria doveva aumentare la sua velocità diventando vento e di conseguenza quello che poteva essere percepito da noi sulla terra era la luce, che aveva bisogno dell’etere per propagarsi, trasportata dal vento: il vento dell’etere.

Queste loro supposizioni per essere dimostrate dovevano essere sottoposte ad esperimenti sofisticati e decisero di utilizzare “l’interferenza”.

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